Biopolitica. Il nuovo paradigma
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Inseminazione,
fecondazione, gestazione
Il
cerchio si chiude in effetti con la maturazione delle tecnologie
relative al meccanismo riproduttivo animale ed umano.
Già
la scoperta di tecniche di controllo delle nascite affidabili,
sicure, e che interferiscono scarsamente con l'esplicazione della
vita sessuale degli individui coinvolti ,
se da un lato potenzialmente facilita oggi il "suicidio
demografico" di alcune popolazioni (tendenza che d'altronde è
sempre stata una costante storica dei periodi di decadenza),
dall'altro consente una rigorosa scelta del partner con cui si
desidera procreare e sulla cui prole è destinato a
concentrarsi l'investimento parentale dell'interessato. Se la scelta
"tradizionale" e "naturale" del partner sessuale
è comandata, nell'uomo e negli animali, principalmente dal
"sussurro dei geni" sociobiologico, la scelta procreativa
consentita dalla contraccezione diventa una opzione del tutto
cosciente e tendenzialmente sganciata dalle pulsioni individuali o
(come diversamente accadrebbe specie in coloro che hanno più
tendenza alla promiscuità) dal semplice gioco del caso. Ciò
naturalmente enfatizza il ruolo della cultura in tale scelta, nonché
la responsabilità interamente umana al riguardo nella società
del "terzo uomo". L'identità del proprio partner
riproduttivo non può più essere attribuita ad un attimo
di... distrazione, ad uno stupro, ad una serata di baldoria, o al
primo "interlocutore" resosi disponibile al termine di un
periodo di astinenza forzata.
Similmente,
il fatto che l'aborto sia divenuto relativamente sicuro e indolore, e
sia stato reso (a prescindere dalle finalità perseguite)
sostanzialmente discrezionale, almeno nel primo periodo di gravidanza, dalla maggiorparte degli
ordinamenti (),
fa sì d'altronde che diventi impossibile, nel bene e nel male,
prevenire una eliminazione e/o selezione prenatale dei nascituri per
ragioni sostanzialmente arbitrarie ().
La
prima inseminazione artificiale umana risale al 1884, anno in cui Nietzsche [alias, alias]
termina La
gaia scienza [versione
Web originale], e vede una donna farsi fecondare con lo sperma di
uno studente di medicina, da questa neppure conosciuto. L'importanza
pratica della tecnica cambia d'altronde drasticamente negli anni
settanta, quando la conservazione in azoto liquido degli spermatozooi
rese possibile lo stoccaggio di grandi quantità di campioni di
sperma, e la loro utilizzazione a piacere, permettendo tra l'altro la
selezione delle caratteristiche del donatore, al punto da venire oggi
utilizzata su larghissima scala nella riproduzione animale. Così,
nella stessa epoca vengono per la prima volta costituite banche del
seme che consentono in linea di principio alla madre (o al medico) di
scegliere un donatore sulla base di qualsiasi caratteristica o gruppo
di caratteristiche siano state ordinatamente registrate all'atto
della raccolta, tra cui razza, altezza, corporatura, colore degli
occhi, grado di intelligenza, background etnico e religioso, e
addirittura nazionalità ().
Già
all'epoca della guerra del Vietnam giovani americani depositarono il
loro seme in banche specializzate per garantire alle loro mogli di
poter comunque concepire loro un figlio ove non fossero più
tornati. Nota persino un personaggio come Chiara
Valentini: «L'associazione
tra paternità e partenza per la guerra è antica,
moltissime fonti l'attestano, è consegnata alla cultura
popolare. Quando il soldato canta "Addio, mia bella, addio",
aggiunge, a parziale consolazione: "ma non ti lascio sola, ché
ti lascio un figlio, amor". Oggi il soldato può lasciare,
oltre a un figlio, la semplice possibilità che questo nasca,
proiettando la sua capacità di procreare oltre la fine stessa
della vita. [...] Ma non si è spinti al deposito e alla
congelazione del seme soltanto dal timore della morte»;
oggi, i soldati ed altre persone a rischio possono piuttosto volersi
«garantire la possibilità
della procreazione nel caso in cui ferite o intossicazioni ne possano
pregiudicare la fertilità. Da anni si ricorre alle banche del
seme proprio quando si teme che, per esempio per effetto di un
intervento chirurgico, si possa perdere la capacità di
generare» .
Nel
1978 è la volta della prima procreazione extra-corporea o FIVET (),
in cui un ovulo prelevato dalla madre venne fecondato in laboratorio
e reimpiantato dopo tre divisioni cellulari (in questo caso nella
madre biologica), dando vita ad una bambina, Lousie Brown, concepita
a Manchester con l'aiuto di Patrick
Steptoe e Robert Edwards ().
Ciò smentiva la National
Academy of Sciences americana, che nel 1970 aveva incaricato una
commissione di studiare i tempi necessari per la messa a punto della
fecondazione in vitro, ed aveva concluso che ci sarebbero voluti come
minimo venticinque anni. Per poco, del resto, tale fondamentale
esperimento non era stato anticipato di una decina d'anni da un
italiano, Daniele
Petrucci, che fin dal 1961 aveva ottenuto una fecondazione in
provetta e mantenuto in vita l'embrione per trenta giorni (salvo poi,
preso dal panico, distruggerlo, senza con ciò scampare le
reprimende di Civiltà
cattolica); e
che apparentemente sarebbe stato qualche anno dopo addirittura
interrotto nel tentativo di impianto di un embrione dall'intervento
di un sacerdote, inviato dal vescovo di Bologna, a paziente già
addormentata (!) ().
Ormai
circa un milione di bambini sono nati da allora in questo modo, in
tutto il mondo. Di questi, almeno diecimila sono nati dopo una
gestazione avvenuta in una donna diversa dalla madre biologica, e
geneticamente del tutto estranea all'embrione. Tali fattispecie
comprendono ovviamente sia i casi in cui la "madre" sterile
riceve la donazione di un ovulo che quelle in cui la madre ricorre ad
un utero surrogato per il fatto di non essere capace o disposta a
portare a termine una gravidanza. Gli allarmi quanto
all'impossibilità di considerare e trattare normalmente i
bambini nati in tal modo, a suo tempo proclamati da Kass e Rifkin (la cui iniziale opposizione all'IVF è stata dal primo
abbandonata, dal secondo persino... smentita, malgrado i suoi scritti
più antichi testimonino altrimenti) (),
si sono scontrati con la più completa indifferenza da parte
degli ambienti sociali di tali bambini, che hanno in qualche caso
ormai raggiunto i venticinque anni, e che non sono in media
considerati più "speciali" di quanti tra noi siano
nati da un taglio cesareo piuttosto che da un parto naturale.
Nel
1984, a Melbourne, nasce il primo bambino sviluppatosi da un embrione
congelato, ed inizia la pratica di espiantare il numero desiderato di
ovuli della madre in unica soluzione, eliminando lo stress della
continua stimolazione ormonale delle ovaie per il prelievo degli
ovuli, che vengono successivamente raccolti, fecondati, conservati e
tenuti a disposizione per il futuro ed eventuale reimpianto ().
Molto
più complicata, ma già sperimentata con successo per
molte specie, la conservazione degli ovociti, che a differenza degli
spermatozooi, o degli embrioni stessi, di per sé sopportano
male il congelamento, raramente sono fecondati anche quando l'abbiamo
sopportata, e raramente danno corso con successo a gravidanze anche
quando siano fecondati. Proprio in Italia, d'altronde, almeno tre
bambini sono già nati da ovuli congelati. Mentre poi lo sperma
è per definizione abbondante in natura (),
«un grandissimo
numero di giovani donne metterebbe verosimilmente "in banca"
le proprie uova se potesse farlo facilmente»,
constata Gregory
Stock [alias].
«Questo calmererebbe
se non altro l'ansia relativa all'esaurirsi dei loro orologi
biologici. Molte di tali donne certo non userebbero poi mai le loro
uova conservate, e concepirebbero i loro bambini attraverso il sesso
[tenendo queste ultime unicamente "per sicurezza"]. Ma
altre donne sceglierebbero di farsi direttamente impiantare un
embrione, [dopo aver fatto fecondare un certo numero di ovociti],
vedendo la cosa come una procedura banale, troppo comoda per farne a
meno» ().
Anche
in Italia, sin dall'inizio degli anni novanta «autorevoli
riviste scientifiche hanno fatto delle proposte in questo senso»
ricorda Luigi Frigerio, citando «per
esempio, la possibilità di crioconservare ovuli nelle pazienti
che si debbano sottoporre a terapie oncologiche con il rischio di
perdere la fertilità. Ancora: è stata proposta questa
tecnica nelle donne che vogliono [...] evitare i rischi genetici di
una maternità in età tardiva. Ancora: prima della
sterilizzazione tubarica, per il caso che la donna poi cambiasse
idea; o in caso di rischio genetico, per poi eseguire un controllo
qualitativo sul concepito»
().
Un
aspetto curioso della conservazione degli ovociti, come nota Kempf, è
che gli ovociti in questione possono essere addirittura prelevati da
femmine allo stato fetale. E' così possibile far nascere bambini la cui
madre biologica non abbia mai vissuto (),
dopo fecondazione con il seme desiderato ed impianto in una madre
ospite, non importa se sterile o a sua volta feconda.
In
ogni modo, l'ampia diffusione di tali tecniche ha certo un potenziale
significato di grande rilevanza non solo come oggi con riguardo a
problemi di fertilità individuale, ma soprattutto con riguardo
alla natalità delle popolazioni e segmenti di popolazioni che
sono più esposti a pressioni sociali anti-demografiche nell'ambito
delle società occidentali, ad esempio legate ai
tempi lunghi necessari per assicurarsi un'indipendenza economica, o
per evitare che la cura della prole interferisca con le prospettive
di sviluppo sociale e professionale degli individui coinvolti; e il
rilievo di tali fattori in termini di selezione negativa, o di
aggravamento dei differenziali demografici tra componenti etniche
diverse, non ha certo bisogno di illustrazioni nella nostra epoca.
Naturalmente,
la facilità con cui è oggi possibile conservare e
trattare spermatozooi, ovuli ed embrioni, fuori dall'utero ed in
numeri non vincolati alla biologia della gravidanza umana (o se per
questo animale), potendone poi assicurare lo vitalità nel
momento desiderato, è fondamentale ai fini di ogni possibile
procedura di esame, selezione, ed intervento nel senso già
discusso, in particolare in vista dell'eliminazione o riparazione di
embrioni portatori di tare genetiche, e della programmazione
deliberata delle caratteristiche del fenotipo. Ciò viene
appunto ad aggiungersi al significato che già oggi assumono
nel medesimo senso la disponibilità di tecniche raffinate di
diagnosi prenatale ed aborto selettivo; di metodi di identificazione
certa dei genitori biologici, ed in particolare del padre, attraverso
l'esame del DNA o dei gruppi eritrocitari rari; e di metodi
anticoncezionali efficaci, sicuri ed a basso costo ().
Non
solo. In un certo senso, l'opposizione alla IVF (in-vitro
fecondation) o
"procreazione assistita", come è politicamente
corretto chiamarla in Italia per escluderne qualsiasi funzione
diversa da quella di rimedio a difficoltà procreative, ha in
effetti un senso per i bioetici come Kass ed i suoi emuli italiani, per ragioni che poco hanno a che vedere con
la retorica sulla dignità umana o i richiami religiosi, e che
consistono esattamente nel fatto che la relativa tecnologia
rappresenta ovviamente la porta d'accesso, in campo animale e umano,
a tutte le manipolazioni riproduttive discusse nel presente saggio,
escluso solo l'aborto selettivo ().
E' solo la fecondazione in vitro infatti che può consentire la PGD (pre-implantation genetic diagnosis,
ovvero lo screening e la scelta degli embrioni), la clonazione, e gli
interventi diretti sulla linea germinale, ovvero l'ingegneria
genetica propriamente detta ().
Come nota Stock [alias],
«a coloro che si
occupano di infertilità non potrebbe importare di meno di
remote nozioni come ridisegnare gli esseri umani: sono tutti troppo
occupati a dare supporto psicologico ai pazienti, ad eseguire
ecografie, ad aspirare uova, supervisionare procedure di laboratorio,
impiantare embrioni. Sono integralmente impegnati nel qui ed ora, con
uomini e donne che per lo più hanno difficoltà ad avere
bambini di cui hanno grande desiderio. La portata più ampia
del loro lavoro è comunque inequivocabile»,
specie con riguardo alla concepibilità stessa delle tecnologie
discusse.
Riconosce
d'altro canto Vittorio
Possenti dell'Università di Venezia, membro del solito Comitato
Nazionale di Bioetica: «Le
nuove tecniche [della fecondazione assistita] cambiano il nostro modo
di guardare alla procreazione, alla nascita, alla vita, alla
famiglia, accendono i desideri, creano nell'immaginario collettivo
una nuova percezione della paternità, maternità,
figliolanza, sviluppano attese e paure inedite, danno all'uomo un
sentimento di onnipotenza... Non pare dunque scenario inventato che i
successi della scienza e la fiducia in essa che facilmente producono,
uniti alla mentalità eugenetica che va prendendo piede,
conducano a ritenere che la vera e sicura generazione sia quella
interamente artificiale, non più il naturale concepimento
seguito da gravidanza» ().
E ciò malgrado il fatto che la legge italiana esplicitamente
restringa il ricorso alla fecondazione artificiale ai casi di
sterilità o infertilità di coppia, ad esclusione di
qualsiasi altro scopo ().
In
modo del tutto convergente, chi fa già oggi ricorso alla IVF,
con correlativa selezione dei gameti o degli embrioni effettivamente
utilizzati, sarà automaticamente incline a fare uso di tutti
gli strumenti disponibili inerenti alla possibilità di
determinare le caratteristiche del figlio da ottenere, sia attraverso
quanto si rende spontaneamente disponibile a seguito degli incontri
tra i gameti dei due partner, sia attraverso l'alterazione del codice
genetico loro tramite trasmesso.
Nel
mentre che l'aborto resta largamente consentito in vista di
un'incomprimibile deferenza per i "diritti umani" della
madre, la questione più o meno ridicola già citata
quanto all'esistenza di uno stadio di pre-embrione, in particolare
prima del quattordicesimo giorno successivo alla fecondazione (),
rileva non solo ai fini di trovare scappatoie per la morale cattolica
in materia di fecondazione artificiale che siano meno macchinose
delle soluzioni "tecniche"attualmente ipotizzate ().
Tale problematica figura potrebbe essere infatti necessaria ad
eludere le norme sulla ricerca biomedica sugli esseri umani contenuti
in codici e dichiarazioni internazionali, a cominciare dal Codice
di Norimberga del 1947, sino alle Direttive
Etiche Internazionali per la Ricerca Biomedica Condotta su Soggetti
Umani del 1993 ().
Mentre
la procreazione assistita ha comunque definitivamente introdotto una
parte delle tecniche necessarie alla futura fattibilità di
interventi sulla linea germinale umana, abbiamo già visto come
un'altra decisiva componente di tali tecniche sia stata generata come
sottoprodotto della cosiddetta "clonazione terapeutica".
Mentre non è chiaro se bambini clonati già cammino
sulla terra, gli embrioni umani prodotti da cellule qualsiasi nella
primavera del 2005 in Inghilterra ed in Corea in vista di possibili
"terapie staminali" distano da un bambino solo l'impianto
in un utero disponibile secondo modalità ormai ben esplorate,
e garantiscono perciò la ripetibilità indefinita delle
operazioni e delle sperimentazioni.
L'ultimo
passo nel controllo umano della riproduzione propria e degli altri
mammiferi sarà la creazione di uteri artificiali, la
gestazione integralmente in incubatrice.
Se
il parto è oggi ampiamente pilotabile e il taglio
cesareo è praticato da duemila anni, da lungo tempo la
tecnica medica è impegnata ad abbreviare progressivamente il
tempo che un essere umano per sopravvivere deve trascorrere
all'interno di un utero femminile, che è ormai sceso dai nove
mesi canonici a meno di sei, grazie all'impiego di culle
termostatiche, alimenti speciali, incubatrici con condizioni
ambientali strettamente controllate, e altre terapie utili in caso di
nascita prematura, naturale o provocata che sia. Allo stesso tempo,
abbiamo visto che un numero crescente di bambini nasce in piattini da
laboratorio, dove l'embrione conosce già una breve fase di
sviluppo prima di essere reimpiantato nell'utero della madre, o di
un'altra donna che si presti a portare a termine la gravidanza. La
realizzazione dell'ipotesi che già il biologo e teorico
dell'eugenetica Jean
Rostand [alias]
(1894-1977) considerava inevitabile, una gestazione completamente
extrauterina, viene ritenuta realizzabile in un periodo tra i
dieci e i cinquant'anni, ed applicabile su larga scala nel periodo
immediatamente successivo alla messa a punto delle tecniche relative.
Scrivono
già nel 1995 Langer e Vacanti: «Per tenere in vita un
feto fuori dall'utero umano, la difficoltà principale che
bisogna superare è quella legata al fatto che i suoi polmoni
immaturi sono incapaci di respirare. [L'ossigenazione dei tessuti
potrebbe essere d'altronde garantita tenendoli immersi] in liquidi
come i perfluorocarburi, che trasportano ossigeno e biossido di
carbonio in quantità elevate. [...] Una pompa potrebbe
mantenere la circolazione del fluido costante e continua, agevolando
lo scambio gassoso. [...] L'utero artificiale andrebbe poi
equipaggiato con un apparecchio filtrante al fine di rimuovere le
tossine dal liquido. Il nutrimento potrebbe essere fornito per via
endovenosa, esattamente come avviene da parte della madre tramite il
cordone ombelicale. Un utero di questo tipo diventerebbe un sistema
autonomo nel quale lo sviluppo e la crescita potrebbero procedere
normalmente sino alla "nascita" del bambino» .
Esperimenti
di questo tipo sono già in corso. Dopo il lavoro pionieristico
di Yoshinori Kuwabara nel 1990 all'Università Juntendo di
Tokio sui perfluorocarburi e la possibilità di utilizzare tali
sostanze per ossigenare il feto mantenendolo immerso in un liquido
"respirabile", notevoli successi sono stati ottenuti con
feti di capriolo nel 1997 mantenuti in un liquido amniotico
artificiale e nutriti attraverso un sistema di circolazione
extracorporea. Un sistema misto, che conserva la placenta originale,
è stato studiato sempre su caprioli da Robert Guidoin
all'Università Laval nel Quebec .
In
effetti, le tecniche in questione sono applicabili anche con riguardo
alla riproduzione animale, né è necessario che in tali
uteri siano prodotti embrioni interi, essendo perfettamente possibile
attraverso la manipolazione genica inibire la crescita di tutte le
parti del corpo tranne quella che si desidera far crescere
(affiancata naturalmente ad un sistema circolatorio e a un "cuore",
naturale o meccanico), ad esempio un prosciutto di Parma o un filetto
di bue o un "clone" del pancreas del paziente diabetico
().
Tali prodotti possono essere poi il frutto di incroci deliberati tra
gameti sessuali selezionati dall'operatore, o della clonazione di
cellule, eventualmente transgeniche, di individui già
esistenti .
In ultima analisi, il lento processo tramite cui il secondo uomo ha
progressivamente acquisito il controllo della riproduzione vegetale,
verrà ad estendersi nei prossimi anni all'insieme del vivente,
specie umana compresa.
Pertanto,
nel secolo della biotecnologia, la comunità politica potrà
rendersi del tutto padrona, e sarà in ogni caso
integralmente responsabile, del panorama umano e naturale su cui
viene ad insistere, così come della sua composizione e
demografia.